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L’assistente perfetta


di Adomrx6697
22.02.2026    |    928    |    2 8.5
"Non so ancora cosa dire, cosa fare con le mani che bruciano dal bisogno di toccare quella donna che pensavo di conoscere e che invece si rivela un universo..."
Il cuore mi batte così forte che sento i polmoni vibrare contro le costole. Fisso lo schermo del laptop, le dita sospese a mezz'aria sopra la tastiera, il cursore che lampeggia impaziente sulla barra di ricerca. Il video – no, la *live* – continua a scorrere fluida, cristallina, in quel modo irritantemente vivido che hanno le webcam professionali. E lei è lì, inquadramento stretto sul viso prima, poi che si allarga malizioso a includere lo scollatura della camicetta bianca che indossava stamattina quando mi ha portato il caffè, quella con i bottoni di madreperla che ha commentato essere "troppo formale per un venerdì".

Giulia.

I miei AirPods trasmettono ogni respiro affannoso, ogni piccolo rumore di fondo del suo ufficio – lo stesso identical soffitto finto del mio, lo stesso ticchettio del condizionamento che abbiamo maledetto insieme durante le riunioni estive. Lei si sistema una ciocca di capelli castani dietro l'orecchio, quel gesto che ho visto migliaia di volte mentre prendeva appunti davanti alla mia scrivania, ma adesso lo fa con un' lentezza diversa, studiata, le dita che sfiorano il lobo prima di scendere lungo il collo in una carezza autocommossa.

"Grazie a tutti per essere entrati," dice la sua voce, quella voce cortese e precisa che usa per rispondere al telefono, ma adesso bassa, vellutata, sporca di intenzioni diverse. "Sono sola in ufficio... mio capo è appena uscito, o almeno così crede."

Il sangue mi ronza nelle tempie. Toglio un AirPod, lasciando l'altro a pumping bassi di sottofondo, e il silenzio reale dell'open space notturno mi investe. Fuori dalla porta a vetri del mio studio, il corridoio è buio, illuminato solo dalle luci di emergenza verdi. Ma dall'altro lato, a circa venti metri di distanza, vedo la luce filtrare dalla fessura sotto la porta del suo cubicolo – quello che lei chiama "il suo regno", piccolo ma organizzato, con la pianta di succulente sul davanzale e le foto magnetiche del gatto sul monitor.

E adesso quella stessa webcam, posizionata strategicamente tra i monitor, la inquadra mentre si alza. La sedia gira lentamente, cigolando – riconosco quel cigolio, l'ho sentito ogni volta che si spostava per portarmi documenti. Indossa ancora la gonna tubino grigia, quella che le arriva appena sopra il ginocchio e che lei tira giù ogni volta che si siede, gesto automatico di modestia che ora, in questo contesto, assume una dimensione grottesca ed eccitante.

Il laptop è posizionato in modo da mostrare lo spazio dietro di lei: la libreria con i manuali contabili, il poster motivazionale sbiadito ("Teamwork Makes the Dream Work"), la porta semiaperta che dà sul corridoio buio. Se uscissi adesso, se camminassi quei pochi metri, potrei sbirciare dal varco e vederla *davvero*, non attraverso lo schermo, non attraverso i pixel. La carne vera, il calore, l'odore del suo profumo che uso sentire quando si china su di me per mostrarmi una stampa.

Lei si sistema sulla scrivania, appoggiandosi con le mani dietro la schiena, spingendo in avanti il petto. La camicetta si tende tra i bottoni, minacciosa. Sullo schermo del mio telefono – perché sto guardando anche lì, ho bisogno di conferme, di dettagli – scorrono i commenti degli spettatori. "Mostra di più", "Gira la cam", "Sei bellissima stasera". Lei legge qualcuno ad alta voce, sorridendo con quel sorriso composto che usa quando i clienti sono difficili, ma i suoi occhi brillano di una luce che non ho mai visto durante gli orari d'ufficio. Selvaggia. Liberata.

"Il mio capo pensa che sia una brava ragazola," dice piano, quasi sussurrando alla webcam, le ginocchia che si aprono leggermente sotto la gonna. "Che sia andata a casa a guardare Netflix e bere tisane. Non sa che rimango qui, che aspetto che se ne vada, che mi trasformo..."

Mi alzo dalla sedia senza nemmeno rendermene conto, il laptop ancora aperto sul video, l'AirPod sinistro che cade sul tappeto muto. Il corridoio si allunga davanti a me come una gola oscura, le pareti grigie che assorbono il suono dei miei passi. Ogni passo è un battito, ogni battito una domanda: cosa farò quando arriverò? Busserò? Entrerò senza preavviso? Le dirò che la sto guardando da dieci minuti, che ho visto le sue dita scivolare sotto l'orlo della gonna, che ho visto il suo viso trasformarsi da quello dell'assistente efficiente a quello di una donna che vende pezzi di intimità a sconosciuti per soldi – o per eccitazione, o per entrambe?

Mi fermo davanti alla sua porta. La luce sotto la soglia è calda, dorata. Attraverso la fessura sento la sua voce, adesso più affannata, che risponde a qualche richiesta del pubblico. "Volete vedere l'ufficio del mio capo? È proprio dietro l'angolo... forse un giorno vi porto lì, quando sono sicura che non torni..."

La maniglia è fredda sotto il mio palmo. Giro piano, lentamente, facendo attenzione che la serratura non scatti rumorosa. La porta si apre di qualche centimetro, e lì, incorniciata dalla luce della sua lampada da tavolo, la vedo dal vivo per la prima volta in questa veste. Non è più la Giulia che porta i documenti o che annota gli appuntamenti. È inclinata sulla scrivania, la camicora semiaperta, un AirPod bianco identico ai miei nell'orecchio sinistro – sta ascoltando la musica che la accompagna durante lo spettacolo, isolandosi dal mondo reale proprio come facevo io.

Ma io sono qui. Reale. Solido. Il respiro che non riesco a trattenere le fa drizzare le spalle.

Si gira, lenta, con quel movimento felino che avevo ammirato sullo schermo. I nostri occhi si incontrano. Il rossetto è sbavato leggermente sul labbro inferiore, i capelli sono più disordinati di quanto non siano mai apparsi durante le ore di lavoro. Per un secondo infinito, il terrore le sfigura il viso – il riconoscimento, il calcolo rapido della distanza tra la sua webcam e la mia porta, la consapevolezza che l'uomo che paga il suo stipendio l'ha vista mentre si toccava pensando di essere sola al mondo.

Poi qualcosa si spezza, o forse si salda, nei suoi occhi scuri. Un sorriso, quello stesso sorriso da cam che aveva indirizzato agli sconosciuti, ma adesso diretto a me. Specifico. Pericoloso.

"Sembra che il mio capo sia tornato," dice ad alta voce, e la sua voce riverbera sia nell'aria reale tra noi che nel microfono della webcam, uscendo dal laptop nel mio ufficio, un'eco digitale che ci avvolge entrambi. "E sembra che abbia scoperto il mio piccolo segreto."

Non parlo. Non so ancora cosa dire, cosa fare con le mani che bruciano dal bisogno di toccare quella donna che pensavo di conoscere e che invece si rivela un universo. Ma faccio un passo avanti, chiudendo la porta dietro di me con un click definitivo. La serratura scatta, e il suono fa rabbrividire Giulia, un brivido visibile che le percorre la schiena nuda sotto la camicetta semiaperta.

"Allora, capo," dice lei, e la voce trema solo lievemente, "preferisci che spenga la live... o che ti faccia entrare nello spettacolo?"

Il laptop sul mio tavolo, a pochi metri di distanza ma in un'altra stanza, continua a trasmettere. I commenti impazziscono, i numeri degli spettatori salgono. Qualcuno scrive: "Chi è quello?", "C'è qualcuno con te?", "Fai vedere".

Giulia non guarda lo schermo. Guarda me. Aspetta.

E io, finalmente, trovo la voce. "Continua," dico, e la mia parola esce roca, grezza, nuda come lei. "Voglio vedere cosa fai quando credi di essere sola."

Lei ride, un suono basso che mi percorre la spina dorsale. E lentamente, mai staccando gli occhi dai miei, ricomincia a muovere le mani là dove si era interrotta, sotto la gonna, mentre io avanzo verso di lei, pronto a scoprire ogni segreto che quell'ufficio nasconde.
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